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QUANDO IL COPIONE VIENE STRACCIATO IN DIRETTA: RAMPINI SMASCHERA LA7, FA CROLLARE LA FINZIONE DEL “PERICOLO FASCISTA” IN POCHI MINUTI – CON PAURE USATE COME STRUMENTO E UNA TELEVISIONE CHE PERDE LA PROPRIA CREDIBILITÀ

QUANDO IL COPIONE VIENE STRACCIATO IN DIRETTA: RAMPINI SMASCHERA LA7, FA CROLLARE LA FINZIONE DEL “PERICOLO FASCISTA” IN POCHI MINUTI – CON PAURE USATE COME STRUMENTO E UNA TELEVISIONE CHE PERDE LA PROPRIA CREDIBILITÀ

kavilhoang
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Ci sono momenti televisivi che durano pochi minuti ma lasciano un segno profondo nel dibattito pubblico. Attimi in cui il linguaggio preparato, le narrazioni consolidate e i ruoli assegnati sembrano improvvisamente perdere consistenza. È quanto accaduto durante un recente intervento di Federico Rampini su La7, quando, con parole misurate ma estremamente incisive, il giornalista ha messo in discussione uno dei pilastri più ricorrenti del racconto politico-mediatico degli ultimi anni: quello del cosiddetto “pericolo fascista” evocato come chiave di lettura quasi universale della realtà italiana.

Non si è trattato di uno scontro urlato, né di un attacco personale. Al contrario, la forza dell’intervento di Rampini è stata proprio nella sua apparente calma. In pochi minuti, senza alzare la voce e senza ricorrere a slogan, ha smontato un copione che molti telespettatori riconoscono ormai a memoria. Un copione che, secondo lui, viene riproposto ciclicamente, spesso senza un reale approfondimento dei fatti, trasformando una categoria storica complessa in uno strumento comunicativo semplificato e, talvolta, abusato.

Il punto centrale del ragionamento di Rampini non è stato la negazione della storia o delle sue ombre, bensì l’uso che se ne fa nel presente. Il giornalista ha sottolineato come il richiamo costante a un’emergenza democratica permanente rischi di produrre l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato. Quando tutto diventa “pericolo”, nulla lo è davvero. E quando la paura viene utilizzata come leva principale per orientare il consenso o l’opinione pubblica, il risultato può essere una progressiva perdita di fiducia nei confronti di chi quella paura la racconta.

La reazione in studio è stata significativa. Per alcuni istanti, il flusso abituale della trasmissione si è interrotto. Domande preparate, schemi narrativi consolidati e ruoli ben definiti sembravano non trovare più un appiglio. È stato in quel momento che molti hanno parlato di un “copione stracciato in diretta”. Non perché qualcuno abbia imposto una verità alternativa, ma perché è emersa una frattura evidente tra la complessità della realtà e la sua rappresentazione televisiva.

Il tema della credibilità dei media è tornato così al centro del dibattito. La7, rete spesso identificata come punto di riferimento per un pubblico politicamente attento e critico, si è trovata improvvisamente sotto i riflettori non per un’inchiesta o un approfondimento, ma per una narrazione messa in discussione dall’interno. Rampini, che conosce profondamente i meccanismi dell’informazione, ha parlato da osservatore e da protagonista, sollevando interrogativi che molti spettatori si pongono da tempo.

Uno degli aspetti più discussi dell’intervento riguarda proprio l’uso della paura come strumento. Secondo Rampini, il ricorso continuo a scenari allarmistici rischia di trasformare l’informazione in una forma di intrattenimento emotivo, dove il conflitto viene amplificato per mantenere alta l’attenzione. In questo schema, la realtà viene semplificata, i toni si estremizzano e il confronto si riduce a una contrapposizione morale piuttosto che a un’analisi dei fatti.

Questa dinamica non è nuova, ma negli ultimi anni sembra essersi intensificata. La televisione, in particolare quella politica, vive una competizione costante per l’audience. In questo contesto, la ripetizione di narrazioni forti e facilmente riconoscibili diventa una scorciatoia efficace. Il problema, come ha suggerito Rampini, è che questa strategia può logorare la fiducia del pubblico, soprattutto quando la distanza tra il racconto e l’esperienza quotidiana delle persone diventa troppo evidente.

Il riferimento alla “finzione” non va inteso come un’accusa di manipolazione deliberata, ma come una critica a un automatismo narrativo. Quando ogni evento viene letto attraverso la stessa lente, il rischio è quello di perdere la capacità di distinguere, di valutare e di contestualizzare. La storia, ha ricordato Rampini implicitamente, non è un repertorio di etichette da applicare, ma un patrimonio complesso che richiede rigore e responsabilità.

Sui social network, l’intervento ha avuto un’eco immediata. Molti utenti hanno parlato di un momento di chiarezza, altri hanno espresso disagio o disaccordo. C’è chi ha difeso la necessità di mantenere alta l’attenzione sui rischi per la democrazia e chi, invece, ha visto nelle parole di Rampini una richiesta di maggiore equilibrio. In ogni caso, il dibattito si è spostato dal solito schema ideologico a una riflessione più ampia sul ruolo dei media.

Per La7, l’episodio rappresenta una sfida delicata. Da un lato, la rete ha sempre rivendicato la pluralità delle voci e la libertà di espressione. Dall’altro, l’intervento di Rampini ha evidenziato una possibile distanza tra questa ambizione e alcune pratiche narrative consolidate. La credibilità di una televisione, come quella di qualsiasi mezzo di informazione, si costruisce nel tempo, ma può essere messa in discussione anche da pochi minuti di trasmissione percepiti come rivelatori.

Il caso solleva una questione più generale che va oltre una singola rete o un singolo giornalista. In un’epoca di comunicazione continua, la fiducia diventa la risorsa più preziosa. Gli spettatori non cercano solo conferme delle proprie idee, ma anche strumenti per comprendere una realtà sempre più complessa. Quando percepiscono che le paure vengono utilizzate come leva sistematica, possono reagire con scetticismo o distacco.

Federico Rampini, con il suo intervento, non ha offerto soluzioni semplici né ha preteso di chiudere il dibattito. Ha però aperto una crepa in una narrazione che sembrava intoccabile, invitando a una riflessione più matura. Il suo gesto è stato letto da molti come un richiamo alla responsabilità, non solo dei giornalisti, ma anche del pubblico, chiamato a esercitare uno sguardo critico.

In definitiva, ciò che è accaduto in diretta va interpretato come un segnale. Un segnale di stanchezza verso schemi ripetuti, di bisogno di analisi più profonde e di un desiderio crescente di autenticità. Quando il copione viene stracciato, anche solo per pochi minuti, emerge la possibilità di un racconto diverso, meno basato sulla paura e più sulla comprensione.

La televisione, se vuole mantenere la propria credibilità, dovrà forse interrogarsi su questi momenti e sul messaggio che trasmettono. Non si tratta di rinunciare al confronto o alla critica, ma di restituire complessità a un dibattito spesso ridotto a formule. Il caso Rampini-La7 resta così un episodio emblematico, non per ciò che ha distrutto, ma per le domande che ha lasciato aperte nel cuore dell’informazione italiana.